mercoledì 22 marzo 2017

Pena

Non li reggo più i compagni di sinistra (o meglio quel che ne resta), è intervenuto un mutamento antropologico, una rivoluzione copernicana dello spirito a farmi abbandonare definitivamente la strada che portava al sol dell'avvenire, e questo è accaduto più o meno ai tempi della caduta del Berlusconi IV, lì realizzai che era tutto finito, lì compresi che proprio nel momento della resa del grande nemico la sinistra era rimasta senza argomenti, svuotata di ogni velleità residua: un guscio vuoto. Eppure per inerzia votai un'ultima volta Bersani e devo dire con poca convinzione valutando quella storia ormai al capolinea, vederlo oggi blandire i Cinque Stelle mi dà solo pena, ma guarda che mi tocca vedere io che l'avevo pure votato. Sarebbe dar loro troppa importanza scomodare i massimi sistemi, la lotta al capitalismo, la difesa dei lavoratori, qui siamo ormai alla strategia dello scazzo personale e nulla più. E così sia.

L'educazione sentimentale

Sicuro devono essere stati gli occhi verdi a farmi cadere stecchito, ma più che altro il fatto che ci stava e quando una ci sta difficile rimanere indifferenti, pure se non si lava, improvvisamente ti senti ammantato di gloria come Napoleone ad Austerlitz. Questo quando i livelli ormonali sono ancora alti. Quando l'ormone invece decresce è tutto un altro discorso, ti guardi indietro e non ti capaciti di tutte le sciocchezze che hai fatto, l'amore lo vedi più come un'allucinazione, tipo quando hai mangiato pesante e ti sogni i bacarozzi di Burroughs. Più che l'amore, che vista la sua natura di vampa non si presta all'ammaestramento, si potrebbero educare i sentimenti, imparare a volersi bene, ma ce ne vuole e poi non è da tutti. Tutta la vasta epica dell'amore non è che il riverbero di ripetuti rush di dopamina, non c'è altro da aggiungere.

lunedì 20 marzo 2017

Note in calce

La demonizzazione della Megamacchina(*) è il tema centrale, questa avversione per l'organizzazione tecno-scientifico-economica del mondo (i vaccini che portano l'autismo, i biologi che creano i virus, le scie chimiche, gli OGM, il gruppo Bilderberg, i robot che distruggono il lavoro), date uno sguardo ai movimenti populisti/sovranisti e vi troverete perlopiù immersi in questo milieu in cui la cospirazione dell'apparato tecnocratico regna sovrana. Niente di nuovo, è un'avversione che viene da lontano (da Husserl e da Heidegger, per esempio), solo che ora è diventata più popolare per via dell'accostamento alla globalizzazione che ha desertificato le economie occidentali, soprattutto quelle più esposte come la nostra. Per conto mio vedo questa impossibilità di fare la guerra alla tecnica e all'innovazione tecnologica in generale perché gli stessi nemici, o dichiarati tali, se ne servono per veicolare il loro messaggio, in buona sostanza ci siamo immersi fino al collo, e più tentiamo di allentare il cappio, più ce lo stringiamo. Davvero c'è chi pensa che si possa porre un limite all'apparato tecno-scientifico su basi moralistiche? Tutt'al più mentre da noi si tenterà di limitarne la portata altrove ne approfitteranno per sopravanzarci, non hanno capito che è una corsa in cui non è permesso attardarsi per prendersi una pausa di riflessione. Fermare la globalizzazione nell'era della globalizzazione della tecnica, tanti auguri.

Velleità: fermare la Megamacchina del progresso

Va bene, il nemico è la globalizzazione, ma non si pretenda che tre-quattro miliardi di esseri umani si rinchiudano improvvisamente in uno sgabuzzino per lasciare spazio a noi, poveri occidentali sul viale del tramonto, dovrà pur mangiare tutta questa gente, e comperare televisori, cellulari, automobili e motorini, e approntare il corredo alle spose, crescere i loro bambini, con che diritto dovremmo impedirglielo? Ormai la "Megamacchina" si è messa in moto, ormai è tardi, e come pensano i sovranisti e i nazionalisti autarchici di ritorno di poterla fermare? Fossero i messicani il problema, bastasse alzare un muro, ma la Megamacchina non è un grosso oggetto finito collocato in un determinato spazio come la Macchina della Fine del Mondo, la Megamacchina è il complesso delle tecniche e delle conoscenze che corrono da un paese all'altro, è l'insieme organizzato delle volontà che aspirano al benessere (e se vuoi al "progresso"), e tu credi che bastino i tuoi mugugni ad impensierirli al punto da rinunciare ai loro propositi? Poveri illusi, se voi siete scontenti non è detto che lo siano anche loro, i loro diritti non sono meno diritti dei nostri.

domenica 19 marzo 2017

My New Generations

Divertissement. Quando penso alle nuove generazioni mi prende uno sconforto, una pietà, pietà cristiana per la carne da macello, al netto di quelli che molleranno, che finiranno nella droga, al netto della paranza dei bambini, al netto dei cretini, qualcuno pure ce la farà e si metterà in proprio a riprodurre altri casi umani, i piccoli chimici ("l'ambiente vaginale è infatti ostile per le cellule dello sperma"), che andranno a fare massa, ad occupare, irrilevanti granellini di sabbia, il loro posto nella successione ininterrotta delle dune del... Ok, basta così. Allora quando penso alle nuove generazioni penso alla maleducazione dei ragazzi e a quella dei genitori, 'sti cafoni, che ci vorrebbero i ceffoni, e invece le madri sciagurate li difendono, questi bellimbusti che tirano i sassi alle finestre e rispondono male alle maestre. Troppo moralista. Quando penso alle nuove generazioni mi viene da pensare al Napalm. Troppo drastico. Quando penso alle nuove generazioni mi prende una paura, ma in che mani siamo finiti, chi ci pagherà le pensioni, chi ci laverà i vestiti? Quando penso alle nuove generazioni penso alla mia, di salvezza, nessuno sconto, nessuna pietà, che quelli chiagneno e fottono con la scusa della giovinezza. 

Untermensch

Fu troppo ottimista il Nietzsche a tendere la sua corda fra l'animale e l'Übermensch, la corda è tesa, sì, ma fra l'animale e l'Untermensch (e tutt'intorno, come previsto, l'abisso). L'Übermensch, colui che vive senza paracadute, è un progetto abortito, la genealogia della morale dimenticata e tutto perché la realtà è molto meno eroica di un'opera di Wagner, somiglia più a un'intemerata di Céline. Ancora vogliamo credere, ancora ci costruiamo rimedi e chissà per quanto ancora andremo avanti, altro che balzo evolutivo, qui siamo ben al di sotto delle aspettative, a quest'ora dovevamo già essere oltreuomini e invece stiamo ancora a incendiarci le scoregge. La vita è larga.

sabato 18 marzo 2017

Cronache della provincia

Si apriva, il cortile, sulla piazza del paese, così che da casa mia la gente e le automobili scorrevano come su un palcoscenico o dentro lo schermo di un televisore, sulla sinistra il bar dal quale erompevano potenti i porco dio dei giocatori di briscola e di scopa, che non giocavano a soldi bensì a boeri, sulla destra la provinciale, prima responsabile della strage dei gatti. A un tiro di schioppo c'era la chiesa col suo campanile a testa quadra, e poi il barbiere, il macellaio, le Poste e il minimarket, più in là il tabaccaio e le scuole elementari, tutto racchiuso in un palmo. Davanti al bar si stendeva invece il pratone, centro nevralgico del paese, che ospitava d'estate la festa dell'Unità e verso settembre la fiera, e cioè l'autoscontro con la giostra e il calcinculo. Io di tutto questo non me ne occupavo, non partecipavo affatto, già allora la gente mi appariva come qualcosa di molto distante e che in definitiva non era coinvolta nella mia personale ricerca della felicità. L'essenziale, cioè quel po' di amici coi quali giocare a Goldrake e a Daitan 3, si presentava da solo riversandosi nel cortile dall'esterno, senza che me lo andassi a cercare, e quando non ne avevo voglia mi andavo a chiudere in bagno, perché spesso mi capitava che non volevo vedere nessuno. Mio nonno, ottimista per natura, mi trascinava allora alla Festa dell'Unità per mangiare lo stracotto e il risotto con le salamelle, davvero buonissimi, ma questo sotto lo sguardo di gente coi denti gialli che tracannava litri di vino rosso a buon mercato su seggiolini di legno pieghevole e rideva di gusto e si dava gran pacche sulle spalle per motivi che allora non coglievo, erano in sostanza dei comunisti gaudenti, di quelli che poi se n'è visti sempre meno. Passava ogni tanto anche un camioncino con un megafono intonante "avanti popolo alla riscossa" e io del tutto candidamente mi mettevo a cantare a squarciagola, subito ammonito dai nonni che della libertà di espressione evidentemente non si fidavano ancora. Del tutto candidamente accompagnavo poi a messa la signora Giovanna, una signora tutta bianca che vestiva di beige, che come premio mi preparava il suo tè al limone tutto zuccherino, più buono dell'Estathé. A quel tempo occupava il pulpito parrocchiale un prete specializzato in prediche piuttosto noiose, uno della vecchia guardia che non aveva conosciuto il Concilio Vaticano II, la mia meraviglia si riduceva tutta al rito della Comunione, che più tardi volli comunque fare per non essere da meno dei miei compagni (dovettero battezzarmi in tutta fretta e di nascosto in una parrocchia vicina). Che volete che vi dica? A me stava bene così perché non mi facevo domande, mi pareva il modo più naturale di vivere, che è poi la ricetta migliore per la felicità: la beata ignoranza.

Nota sulla laicità

Ultimamente se mi capita di parlare di laicità io la sparo grossa per sgomberare subito il campo: sono per l'eliminazione totale di tutti i simboli religiosi, veli, croci, papaline, kippah, kesa e altre chincaglierie o uniformi o straccetti del genere. Sì, ma come fai a distinguere il significato religioso da quello tradizionale o legato semplicemente alla moda? Ma Infatti non lo distingui, allora l'importante è depotenziare il significato politico del capo o del ninnolo, far capire che fra un Albero Bianco di Gondor e una Mano di Fatima non vi è alcuna differenza, e questa perdita di significato la devi in qualche modo suscitare, anche mettendola giù a muso duro, perché grande è la confusione sotto i cieli e forte è la tentazione di attaccarsi a un qualsiasi oggettino per farne baluardo identitario e bandiera ideologica, l'uomo si abitui a non credere in niente: né con Dio ma per l'appunto nemmeno coi Lumi, perché la mia non vuole essere una rivendicazione della ragione come ultimo e più degno rimedio, semplicemente nessuno ci salverà e questo ce lo dobbiamo ficcare in testa.



sabato 11 marzo 2017

Crolla, governo ladro

Il crollo del cavalcavia di Ancona è emblematico del modo in cui ci piace dare le notizie, la narrazione del paese che crolla a pezzi nel disinteresse della politica: crolla, governo ladro. E se fosse crollato sul GRA? Colpa della Raggi. In realtà il cavalcavia non è crollato per incuria ma per il cedimento del sistema dei sostegni provvisori, si effettuavano lavori di ampliamento della sede stradale. Come con Berlusconi, talmente ci stava sulle palle che anteponevamo il teorema alla verità dei fatti, ingigantendo ogni gaffe (e di gaffe Berlusconi era molto prodigo) nella speranza che, dai e dai, gli avremmo dato il colpo di grazia. Continuiamo pure ad anteporre le vie biliari alla verità dei fatti e vedi dove andremo a finire, finisce che poi vince Trump e giù tutti a lamentarsi per i brutti tempi che corrono.

18/10

Io avrei una visione più ampia della questione: è Renzi un venditore di pentole? Certamente, ma chi può fare a meno delle pentole oggi come oggi? Del resto chi pensa che ai loro tempi Togliatti e Berlinguer, in quanto veri comunisti, si astenessero dal venderle per deontologia professionale è un illuso, di padelle ne hanno vendute pure loro, e con il doppio fondo, cambiano le tecniche di marketing ma il commercio che si intrattiene con l'elettore è sempre lo stesso. Renzi, dal canto suo, ha questa sua visione del mondo (questa Weltanschauung, disciamo) molto smart, questa sorta di populismo light, di supercazzola dell'entusiasmo e del rinnovamento generazionale, perché bisognerà pur venire incontro al gusto dei giovani (e chiamiamoli "giovani" per carità di patria): questo passa il convento, extra ecclesiam nulla salus.

giovedì 9 marzo 2017

L'uomo mente a se stesso

L'uomo coltiva la menzogna per rendersi più sopportabile la vita, è un tema ricorrente: l'uomo vede la morte e coltiva l'idea dell'aldilà, vede Marx e coltiva l'idea della fine della storia, tutte le ingiustizie emendate, una volta per tutte. Così, più prosaicamente, vede il sovranista/populista di turno e pensa alla rivoluzione e al reddito e alla protezione che ne conseguirà, perché i rivoluzionari provvederanno ai bisogni del popolo. Mentire a se stessi è tanto facile quanto pericoloso, per sé e per gli altri, meglio guardare in faccia la realtà, analizzare se stessi dall'interno prima di proiettare le proprie frustrazioni all'esterno inseguendo il sogno della società perfetta.

lunedì 6 marzo 2017

Commiato

Una delle cose più noiose di quand'ero in vita era il lavoro, mi sentivo più portato per lo studio, per l'affabulazione; il lavoro, soprattutto all'inizio, mi avviliva, poi col tempo ci ho fatto il callo, ma giusto in quanto destino ineluttabile. Per quanto riguarda l'amore, dall'amore solo delusioni, colpa mia che pretendevo troppo (il sesso poca cosa, quello durava la gioia di un momento e dopo solo depressione). Una cosa che mi appassionò veramente fu invece la filosofia, perché non faticavo a capirla, mi veniva naturale. Mi piaceva anche cantare e suonare la chitarra. La politica, be', quella era giusto un passatempo, un riempitivo, che so, come mettersi le dita nel naso o grattasi il culo, non ha lasciato traccia. Mi piaceva ascoltare la radio, e poi internet che mi ha dato la possibilità di giocare a fare il filosofo e lo scrittore da strapazzo. Sì, lo so, anticipo la vostra obiezione: ma tu non sei ancora morto! Mah, piuttosto mi meraviglio di voi che pensate di essere ancora vivi.

domenica 5 marzo 2017

Prospettive

Siccome la politica è il regno dell'opinabile e invece di seguire il discorso di ragione (cosa oggettivamente impossibile) siamo finiti a fare i quadri clinici e i profilers antropologici, penso che smetterò di preoccuparmene. Io, vi dirò, ho attaccato con la politica nel lontano 2004 perché non avevo altro da fare, soffrivo le pene d'amore e mi serviva un diversivo, andavano di moda i blog. Dai e dai alla fine ti prende la stanchezza perché non se ne viene mai a capo, sarà pure la dialettica hegeliana con il suo tendere all'infinito, però... Credo che comincerò a prenderla più alla larga, domande del tipo: chi siamo, dove andiamo, che mondo vogliamo? Cose così. Io poi con le mie fisse antisociali finirò per ricondurre tutto ai guasti della sovrappopolazione, lo so, come il Malthus, l'umanità brulicante, miliardi di bocche da sfamare, e allora ecco la globalizzazione, le migrazioni dei popoli, i cataclismi antropici, non mi ci fate pensare. Domani, a mente fredda, ritorno ad amare l'umanità.

sabato 4 marzo 2017

La scuola di liscio

Mio nonno mi iscrisse ai corsi di liscio perché quella era la sua idea di educazione sentimentale, "chi bala bén fa la morosa". Io all'epoca ascoltavo gli A-ha e mi pettinavo come George Michael, fui catapultato d'emblée nel rutilante mondo di Castellina-Pasi ("Spaccafisa", "Tuttopepe"). La scuola di ballo era lontana, ricordo i tragitti all'andata con la morte nel cuore, una condanna, anche per la mania di mio nonno di sorpassare i camion col coltello fra i denti. Traversavamo il Po all'altezza di Castelnovo Bariano, paesaggio bidimensionale, tutto fossi, pioppeti e distributori GPL. Nemmeno l'idea di ritrovarmi per le mani una ballerina mi consolava, anzi, mi imbarazzava terribilmente, così, di imbarazzo in imbarazzo, imparai la mazurka aperta, cioè quella con le figure (il loop, il flip, il doppio axel), più il valzer, il bolero e il tango, con l'hesitation. All'inizio le figure proprio non mi volevano entrare in testa, furono due lezioni da incubo, con la ballerina che mi perculava e mio nonno assai avvilito, per conto mio sudavo freddo. Ma non c'era solo il liscio, c'era anche il programma "moderno", vale a dire la rumba, il twist e il cha cha cha, il tutto in vista delle esibizioni in piazza. A pensarci adesso mi pare tutto un po' irreale, come fosse accaduto ad un altro. Ricordo una sera in cui non avevano sparso abbastanza talco sulla pista e ci piantavamo come biciclette nella sabbia (il liscio necessita appunto di superfici lisce, possibilmente scorrevoli), ricordo le mie due ballerine, con le quali mi scuso idealmente per il mutismo, dovuto essenzialmente alla mia timidezza patologica. Erano belle ragazze e pure io ero un bel tipo, solo era la testa che non funzionava, allora come oggi, che ancora si stupiscono quando dico che per me ballare era una tortura. Era mia nonna a cucirmi i vestiti per le esibizioni, una salopette attillata di maglina elastica, con la riga rossa sui pantaloni che parevo un carabiniere, le camicie invece di chiffon rosso e verde mela, e le scarpe di copale (come nella nota canzone di Guccini). Assomigliavo ai Cugini di Campagna, solo senza le zeppe. La parata di apertura la facevamo sulle note di "Sì, la vita è tutto un quiz", quella di chiusura su "Cacao Meravigliao", la parte migliore era quando era tutto finito. Le volte che ho sbagliato i passi... c'era la serata che li imbroccavo tutti e c'era quella che sbagliavo il primo e via tutti gli altri (alla mia seconda partner non stavo molto simpatico per questo), tanto cambiava poco, a fine serata ci regalavano una coppa di consolazione, base in marmo e struttura in plastica dorata (variazioni liberty su tema coppa Rimet). Mi scuserete ma avevo bisogno di sfogarmi, sto facendo un po' di ordine, come di chi si appresta a buttarsi di sotto ma prima piega bene le camicie perché di lui si conservi un buon ricordo, non fate troppi pettegolezzi.

Semplicissimo

Siccome sono già stato un manettaro e mi sono ravveduto, il caso Tiziano Renzi è semplicissimo: Tiziano Renzi è colpevole. Perché se lo fosse "pena doppia" e se non lo fosse allora complotto (quello del su' caro figliolo l'è un po' il bacio della morte). Fine della questione.

giovedì 2 marzo 2017

Cause perse

Il mio argomento contro la ventata di poverismo che ammorba il dibattito politico, soprattutto in famiglia, è che sarebbe meglio puntare idealmente alla ricchezza piuttosto che alla povertà ideale, formulazione che ha pure una sua eleganza ma forse proprio per questo non viene affatto compresa. Soprattutto il concetto di "povertà ideale", e cioè l'idea che nella frugalità risieda la virtù e che sia fondamento della vita felice, la santa morigeratezza che nella giusta dose renderà possibile il benessere di tutti, in un sogno tardo-comunista, o meglio comunitarista, ecco, io questo lo trovo puerile, i miei interlocutori no. Ormai si sono convinti che il capitalismo è fallito e il reddito di cittadinanza verrà a salvarli. Intanto smettiamola di chiamarlo "di cittadinanza", come se spettasse automaticamente a me e per questo pure a Briatore, solo per il fatto di essere italiani. Tapperà tutt'al più qualche buco, i casi di indigenza più conclamati. Del resto quando fiutano il sussidio gli italiani perdono la testa, e allora da capo, se perdono la testa, inutile convincerli del contrario, che ce la sbattano e amen, vi pare?

Disimpegno

Ci ho messo poco a imparare il disimpegno, per via del fatto di non contare nulla, per la noia che mi prende dopo un po', ma soprattutto per il fatto che la politica, come gli infiniti dibattiti sui temi "eticamente sensibili", ineriscono più alle meccaniche del tifo che alla tenzone razionale: si è visto mai un romanista passare alla Juventus sulla base del maggior numero di scudetti vinti? Anzi, chi ha ragione diventa pure un po' antipatico. Per cui ad un ipotetico avversario oggi mi sentirei di dire: guarda, hai ragione tu, basta che non rompi (anche i post, come vedete, si risolvono ormai in un paio di righe).