domenica 7 maggio 2017

Ressentiment

Per una lettura cinica della storia: la politica come l'arte di gestire il ressentiment di chi non ce la fa e rimane escluso, l'arte di dargli una speranza, fosse anche la suggestione di potersi in qualche modo affrancare. Così fu per il marxismo: tu ora sei un debole e un oppresso ma automatismi economici scientificamente necessari porteranno al dissolvimento del tuo stato di minorità, eccoti servito il sol del'avvenire (anche i movimenti anti-sistema predicano il fallimento del capitalismo come qualcosa che è già in atto, il necessario dissolvimento del grande oppressore). Non a caso ho scritto ressentiment, così come lo intendeva Nietzsche: ci si prefigura come oppressi piuttosto che considerarsi inadeguati tout court, l'amor proprio è salvo (non è da escludere che Nietzsche stesso fosse vittima del meccanismo). Poi c'è la società cosiddetta borghese e liberale con la sua libertà di intrapresa: ciascuno può essere l'artefice delle proprie fortune. La soluzione, al contrario del marxismo, in un certo numero di casi pure ha funzionato. Quando però per qualche ragione l'ascensore sociale non funziona più e si rimane senza prospettive ecco che il ressentiment riemerge anche in ceti sociali non propriamente bassi, ideale terreno di coltura dei populismi (miglior parola non c'è), bravissimi a blandire trasversalmente l'insoddisfazione popolare con promesse tanto mirabolanti quanto campate in aria: dal grado e dalla qualità del lusingamento si evince la qualità della proposta politica.