lunedì 27 marzo 2017

La stazione

Giovedì scorso, uno di quei giorni che esci dal lavoro e viene giù la madonna, una botta d'acqua che col tuo ombrellino da cocktail ci fai una sega, allora hai un'idea (pling!): la stazione. Lì dentro almeno non ci piove e poi è locale pubblico, aperto di giorno anche se incustodito, abitato dalla sola biglietteria automatica e da qualche cimice apatica perlopiù (un'oasi). Entro al buio perché è saltata la corrente (il temporale), poco male, è ancora giorno, senonché da un angolino sento provenire un fruscio e degli schiocchi (sbaciucchiamenti), sono due ragazzini indiani, maschio e femmina (perché bisogna specificare), che in vena di romanticherie (la pioggia) stavano facendo un po' i comodi loro (i marpioni). Io, imbarazzato, faccio come per scusarmi ed esco dall'altra parte, dal lato dei binari, perché sono un tipo educato e rispettoso della privacy, ma da quel lato tira un vento tipo siberiano, così rientro e quelli per tutta risposta mi lanciano un'occhiataccia: e che cazzo, avrò pure il diritto, io, di starmene in santa pace dentro la mia stazione, nel mio paese, fra la mia gente, per il diritto che mi è stato concesso dalle mie tasse? Nel bel mezzo dell'impeto sovranista entra una ragazza, caucasica ma coi dreadlocks, e già mi sento confortato (anche se sarebbe stata meglio una cantante lirica), e poi un paio di ragazzi che fanno pure il biglietto (perché nel frattempo è tornata la corrente), mica di quelli che tirano i cartoni, cosicché i piccioncini si danno una calmata. Ecco, arriva il treno, bagnati come uccellini saliamo sui vagoni tranne Romeo e Giulietta, che finalmente soli possono riattaccare dal punto in cui avevano lasciato (queste stazioni incustodite sono una sciagura, ci vorrebbero i carabinieri).