sabato 18 marzo 2017

Cronache della provincia

Si apriva, il cortile, sulla piazza del paese, così che da casa mia la gente e le automobili scorrevano come su un palcoscenico o dentro lo schermo di un televisore, sulla sinistra il bar dal quale erompevano potenti i porco dio dei giocatori di briscola e di scopa, che non giocavano a soldi bensì a boeri, sulla destra la provinciale, prima responsabile della strage dei gatti. A un tiro di schioppo c'era la chiesa col suo campanile a testa quadra, e poi il barbiere, il macellaio, le Poste e il minimarket, più in là il tabaccaio e le scuole elementari, tutto racchiuso in un palmo. Davanti al bar si stendeva invece il pratone, centro nevralgico del paese, che ospitava d'estate la festa dell'Unità e verso settembre la fiera, e cioè l'autoscontro con la giostra e il calcinculo. Io di tutto questo non me ne occupavo, non partecipavo affatto, già allora la gente mi appariva come qualcosa di molto distante e che in definitiva non era coinvolta nella mia personale ricerca della felicità. L'essenziale, cioè quel po' di amici coi quali giocare a Goldrake e a Daitan 3, si presentava da solo riversandosi nel cortile dall'esterno, senza che me lo andassi a cercare, e quando non ne avevo voglia mi andavo a chiudere in bagno, perché spesso mi capitava che non volevo vedere nessuno. Mio nonno, ottimista per natura, mi trascinava allora alla Festa dell'Unità per mangiare lo stracotto e il risotto con le salamelle, davvero buonissimi, ma questo sotto lo sguardo di gente coi denti gialli che tracannava litri di vino rosso a buon mercato su seggiolini di legno pieghevole e rideva di gusto e si dava gran pacche sulle spalle per motivi che allora non coglievo, erano in sostanza dei comunisti gaudenti, di quelli che poi se n'è visti sempre meno. Passava ogni tanto anche un camioncino con un megafono intonante "avanti popolo alla riscossa" e io del tutto candidamente mi mettevo a cantare a squarciagola, subito ammonito dai nonni che della libertà di espressione evidentemente non si fidavano ancora. Del tutto candidamente accompagnavo poi a messa la signora Giovanna, una signora tutta bianca che vestiva di beige, che come premio mi preparava il suo tè al limone tutto zuccherino, più buono dell'Estathé. A quel tempo occupava il pulpito parrocchiale un prete specializzato in prediche piuttosto noiose, uno della vecchia guardia che non aveva conosciuto il Concilio Vaticano II, la mia meraviglia si riduceva tutta al rito della Comunione, che più tardi volli comunque fare per non essere da meno dei miei compagni (dovettero battezzarmi in tutta fretta e di nascosto in una parrocchia vicina). Che volete che vi dica? A me stava bene così perché non mi facevo domande, mi pareva il modo più naturale di vivere, che è poi la ricetta migliore per la felicità: la beata ignoranza.